supergiovane

“Oi, mì che c’è Gazzelle a Cagliari”
“Allora andiamo”
“Andiamo”
Andiamo, passo a prenderti con un unicorno e una Panda.
“Ma non dovevamo vederci senza andare sempre a mangiare?”
“Sì è vero l’ho detto, ma ho fame”
“Pizza?”
“Pizza”
“Perché fare un torta è una cosa bruttissima?”
Io un’idea ce l’avrei, ma riguarda solo me.
Muoviamoci che inizia.
Cazzo la rucola. Metti la rucola, togli la rucola.
“Com’è che non ci siamo ancora detti ciao?”
Boh? Ciao.
La tua amica è perplessa, ma poi capisce che sono un cazzone, forse.
“Questa cosa me l’ha detta lui”
“Io cosa?”
“Che non si deve cercare la profondità, ma la tenerezza”
“L’ho detta io?”
“Sì”
Sì è vero l’ho detta io e te la ricordi, questo è molto figo.
Timbro sul polso, playlist indie, già si canta.
Gazzelle, inni giovanilistici come venti e passa anni fa con i Marlene e gli After.
Sonica so so so sonica sonicaaaa so sonica so sonica soooooonica…
Mi guardi e urli: “Il produttore generaleee…”, e questo me lo ricorderò io.
Bravi tutti.
A volte il temporale scarica a mare, non è tutto nero.

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rudyard kipling for dummies

Era l’autunno del mio ultimo anno di liceo, quindi era il 1989, avevo una visita di medicina sportiva al consultorio così avrei dovuto saltare la prima ora, ma prima di entrare andai alla libreria di via Oristano (che oggi resiste miracolosamente) a comprare una raccolta di poesie di Kipling dato che la mia prof di italiano era rimasta colpita dalla poesia Se… che aveva sentito in tv, al Maurizio Costanzo Show o forse da Marzullo, ancora non era conosciuta e inflazionata come lo è oggi quindi è comprensibile che la mia prof non la conoscesse, per altro non ricordo come riuscimmo a capire che l’autore fosse Kipling date le scarse capacità percettive della mia prof che a vederla non ci credereste: un personaggio grottescamente grottesco, un animo gentile dentro un corpo di… di tartaruga (però ricordo ancora che le si inumidivano gli occhi quando recitava Catullo e ci diceva “ma ragazzi capite?” e non diceva altro. Io all’epoca supponevo intendesse dire se capivamo la nostra arroganza, il progresso, che le cose non sono cambiate in duemila anni, ma forse intendeva solo chiederci se capivamo la bellezza).

Comunque, comprai il libro e mi fermai a leggerlo in piazza Gramsci così alla fine entrai alla terza ora giusto per la lezione di italiano. Portai il libro alla prof che mi disse “bravo Nicola l’hai trovata (o forse mi chiamava per cognome, strano che non ricordi questa cosa, devo chiedere a Gabriella che di sicuro ricorda) fammi vedere”, così lesse la poesia e disse che sì però quella che aveva sentito in tv era una traduzione migliore, e aveva ragione, così io che studiavo francese mi misi a ritradurla aiutato da mia sorella che studiava inglese e il giorno dopo la portai di nuovo alla prof che prese il foglio su cui era scritta lo piegò e se lo mise nella borsa.

Ci fosse stato internet questa storia non esisterebbe, ma anche senza la mia prof dal nome delicato e l’animo gentile e l’aspetto inadeguato, oppure senza di me.
(O meglio senza Kipling e il suo libro che dopo quasi trent’anni passati nella mia libreria incastrato tra Robert Frost e Edgar Lee Masters adesso è di fianco alla tastiera da cui scrivo.)

 


essere St . Vincent e scrivere una cosa così

siccità

Ora che il lago vicino casa è quasi asciutto possiamo andare a cercare vecchie cose riemerse dall’acqua. Tu troverai un pettine di metallo, sembrerai delusa, ma il pettine è bellissimo e si legge ancora che è Koh-I-Noor.
Poi andremo a comprarci dei cappelli in paglia dagli ambulanti nel Largo, tu ne prenderai uno a falde larghissime, io uno con una fascia verde, contratti col venditore per 18 euro per tutti e due. Li metteremo per andare al mare in questo avanzo di estate guasta e nelle prossime.
La prossima estate in spiaggia mi farai un disegno fatto male sul braccio, io ti dirò che domani me lo farò tatuare e tu che no e ti inumidisci di saliva il pollice cancellandolo lasciando una macchia bluastra, come un livido.
Andremo nella libreria di via Tiziano dove pronuncerò con perfetto accento Julio Cortázar.
Cortázar non ce l’avranno allora prenderò Coleridge che non c’entra niente, ma almeno inizia sempre con la ci. Tu prenderai Calvino, che con Cortázar c’entra e inizia pure con la ci. Due a uno per te.
Fuori dalla libreria senza dirci niente ci scambieremo i libri.

Questo era l’amore nelle cose: due cappelli, due libri, una cosa trovata e un tatuaggio andato perduto.

 

vieni a prendermi – iss

VIENI A PRENDERMI – ISS

Restare fermi in un posto è il modo migliore per incontrare qualcuno che vuoi incontrare, magari non stando sotto casa sua che la cosa potrebbe essere disdicevole, basta scegliere un posto frequentato così poi fai finta: “Oh ciao, come mai… che fai… anche tu… riposavo un attimo… aspettavo un amico”.
Poi quella persona passa e non ti vede e tu non fai nulla per farti vedere, come nel 2024 che volevo dirle di non partire e poi non le ho detto niente.
Doveva andare su Marte e quando le chiesi quando sarebbe tornata mi disse che non era programmato nessun rientro: “Se vai su Marte poi non si torna indietro”.
Lei che tutte le notti di cinque anni prima mi portava a vedere la Stazione Spaziale Internazionale, tutte le notti della nostra ultima estate insieme le passammo con il naso all’insù aspettando il passaggio della ISS.
Sapeva esattamente gli orari dei passaggi anche se a volte era troppo bassa sull’orizzonte così capitava che ce la perdevamo e si tornava a casa senza aver visto niente, ma se la vedeva iniziava a urlare indicando: “Eccola eccola eccola!”
“Ma sei sicura? Mi sembra un aereo”.
“Sono sicura sì, tu se vedessi il vero amore non sapresti riconoscerlo?”
“Io no”.
Pochi secondi e la ISS spariva nel cono d’ombra della Terra e lei diceva: “Ora possiamo andare”.
Il 10 agosto per la notte di San Lorenzo le chiesi delle stelle cadenti, dove guardare, ma lei niente, aspettava solo la ISS, le dissi: “Non hai voglia di esprimere un desiderio?”
“Non ho bisogno di una meteora per avere desideri”.
Subito dopo, 400 chilometri sopra le nostre teste, passò alla velocità di oltre 25.000 chilometri orari la ISS, mai così vicina, enorme, quasi si poteva sentire il rumore del suo passaggio, woooosh, anche se nello spazio non ci sono rumori, ma a questa cosa non crede nessuno.
Woooosh.
Così tornammo a casa con i miei desideri inespressi precipitati attraverso l’atmosfera con un angolo di rientro completamente sbagliato per finire come polvere.

“Che superpotere vorresti avere? no, perché io vorrei essere la donna quantica, oppure la donna probabilistica in modo da poter cavalcare tutti gli universi possibili oppure dominare le probabilità degli eventi, tu?”
“Boh, forse vorrei essere invisibile”.
“Mmh, credo che sarebbe orribile essere invisibile, se fossi invisibile lo sarebbe anche la tua retina e la luce la attraverserebbe non permettendo il formarsi di nessuna immagine, in pratica saresti cieco”.
“Ma io dicevo un’invisibilità ideale”.
“Non ci sono realtà in cui sia possibile quello che vuoi, neanche io che sono la donna quantica ne troverei una, saresti un povero cieco che per di più nessuno riesce a vedere”.
“Allora voglio essere l’uomo idealistico e fare quello che mi pare”.
“Ok, mi pare una bella coppia l’uomo idealistico e la donna probabilistica”.

Poi ci fu il Primo Evento Bianco, all’epoca era stato chiamato il Grande Evento Bianco, finché non ci fu il secondo, come per le guerre mondiali.
L’universo e le leggi della fisica furono stravolti.
Quasi tutti i progetti spaziali vennero cancellati compreso quello di Marte, però adesso la gravità poteva essere manipolata a nostro piacimento, eravamo diventate creature a quattro dimensioni e la quarta era la gravità.
Comprai un kit orbitale tailandese e ottenni facilmente il permesso per un’orbita geostazionaria, quelle non interessavano a nessuno.
Scelsi un’orbita geostazionaria perché il modo migliore per incontrare qualcuno è stare fermi e aspettare che passi, così mi sono piazzato a 36.000 Km di altezza esattamente sulla verticale di casa sua, che è sconsigliato stare di fronte la casa di chi vorresti incontrare, o anche sopra, ma 36.000 chilometri sono una distanza sufficiente.
Iniziai ad accompagnarla tutti i giorni, ovunque.

Diario dell’orbita – giorno 32
Niente di nuovo, c’è che mi manchi nonostante adesso viva in orbita sopra casa tua. C’è molto spazio tra noi, c’è solo spazio, e per me è tutto in discesa, per te invece sarebbe tutto in salita e nonostante i concetti di salita e discesa ormai siano privi di senso non mi raggiungi mai e io sto qui che non c’è freddo e non c’è aria e ti vedo benissimo e anche se cambiassi città ti vedrei benissimo lo stesso, mi basterebbe aggiustare di poco l’orbita per restare sulla tua verticale.
Né angelo custode né voyeur, solo qui in orbita a mettere spazio tra noi, solo spazio, ma se tra due corpi c’è solo spazio è come se fossero uniti.
No, non è vero.
Sapevi che l’attrazione gravitazionale tra due corpi è sperimentabile anche sulla Terra? Nonostante tutto il frastuono del campo gravitazionale terrestre.
Vorrei che mi spiegassi di nuovo il paradosso di Olbers se c’entra qualcosa col Grande Evento Bianco e poi cercare di capire finalmente la natura della luce, del perché illumina le cose.

Non avevo progetti di rientro finché ci fu il Secondo Evento Bianco, i privilegi della gravità svanirono e la quarta dimensione divenne il tempo, come sognavano da oltre un secolo i fisici, finalmente ci eravamo emancipati dal nostro legame col presente, dallo scorrere unidirezionale e irreversibile del flusso temporale. L’unico problema era che senza la capacità di dominare la gravità io ero bloccato in orbita, destinato a fluttuare per sempre dentro una scatola tailandese.
Anche se adesso le parole per sempre avevano tutto un altro significato e poi era qui che volevo stare.

Diario dell’orbita – giorno 3558
Niente di nuovo, c’è che mi manchi nonostante ti veda tutti i giorni di questa estate del 2019, continuo a guardarci mentre siamo stesi a terra scrutando il cielo alla ricerca della ISS, poi ti vedo alzare un braccio verso l’alto, verso di me, a indicare qualcosa e allora la ISS passa lentissima esattamente tra il tuo dito indice e me.
Woooosh.
Domani o tra dieci minuti sarò di nuovo qui o in uno di questi giorni di questa estate e torneremo a guardare il cielo di notte e dopo aver fatto tardi magari faremo tardissimo.

reading

Io ed Emidio Clementi eravamo gli unici in tutta la sala ad indossare la cravatta.
Anche se ho trovato il reading noioso qualcosa di profondo ci accomunava.
Che capita che mi invitano ai reading, ma cosa ci andrei a fare? oltre indossare la cravatta? potrei dire: ei ascoltate questa cosa mia che ho scritta, no penso che me ne sto a casa col cane, oppure vado a farmi bello immaginando che mi guardi, che sei orgogliosa di me (che una volta mi hai chiesto se potevi dire che facevo lo scrittore, ma per favore… che a far finta di essere qualcosa che non sono ci vado giusto in banca).
Oppure a casa col cane o a comprare cravatte perché ci sarà un giorno buono per le cravatte, non un reading, che poi il giorno arriva e la cravatta l’ho dimenticata, allora ne tengo sempre una in macchina, assieme all’agenda del 2015 che sembra un anno del futuro tipo Blade Runner invece è passato già da un po’ e tutto questo tempo non ti è nemmeno bastato.
Oppure ci vado e leggo una cosa tipo che
abbagliato dal bianco
ti cerco come Shackleton cerca Scott
disperso nel buio dello spazio profondo
come Kirk cerca Spock
Come no, che poi manco ti cerco, a casa col cane, che adesso che ci penso bene non ho mai avuto un cane.

 

ridi di marzo

-scoprire Kent Haruf quando è già morto, come successe con Carver, ed esserne un po’ gelosi perchè forse è meglio di Carver, come successe nei mid 90 quando dal vivo i Marlene Kuntz mi sembrarono più bravi degli Afterhours. chiedersi a ogni finale di capitolo ma come fa?
-spiegare ai miei amici il sense of wonder nella cultura popolare americana.
-alla bellezza infinita di Isabella Ragonese che canta There is a light that never goes out (anche se non troppo bene), la stessa canzone che cantavo io nell’agosto di non molti anni fa e lei rideva per quella parte inattesa di me che forse la sorprendeva e le piaceva. che poi rideva uguale per lo stesso motivo anche quando sbucciavo e mangiavo una mela qualche tempo dopo.
-la commessa del negozio di scarpe nel corso odia il proprietario che sta sempre seduto dietro la cassa, le fanno male i piedi e lo odia con tutte le sue forze.
-ascoltare il nuovo delle luci come due anni fa, come sei il tempo fosse scandito dalle nuove uscite delle luci così io torno sul lungomare per ascoltarlo bene bene mentre cammino con la faccia seria e il parka, come due anni fa con la faccia seria e il parka, solo che il lungomare è stato rifatto nuovo, ma per andarci con la faccia seria e il parka era meglio prima, deturpato.
-dovevo chiederle una cosa che poi ho chiesto a un’altra persona come se non facesse nessuna differenza.
-la moglie di un amico di vent’anni fa mi informa che il marito è morto, mi dice: lo sai che r. non c’è più? io che in effetti già lo sapevo rispondo: sì l’ho saputo, mi dispiace molto, e lei ancora: non stava bene. nient’altro.
-un falco mi vola accanto mentre pedalo dalle parti di Tasonis e mi chiedo se io al tramonto mi trasformerò in lupo e camminerò accanto a una donna bellissima.