ridi di marzo

-scoprire Kent Haruf quando è già morto, come successe con Carver, ed esserne un po’ gelosi perchè forse è meglio di Carver, come successe nei mid 90 quando dal vivo i Marlene Kuntz mi sembrarono più bravi degli Afterhours. chiedersi a ogni finale di capitolo ma come fa?
-spiegare ai miei amici il sense of wonder nella cultura popolare americana.
-alla bellezza infinita di Isabella Ragonese che canta There is a light that never goes out (anche se non troppo bene), la stessa canzone che cantavo io nell’agosto di non molti anni fa e lei rideva per quella parte inattesa di me che forse la sorprendeva e le piaceva. che poi rideva uguale per lo stesso motivo anche quando sbucciavo e mangiavo una mela qualche tempo dopo.
-la commessa del negozio di scarpe nel corso odia il proprietario che sta sempre seduto dietro la cassa, le fanno male i piedi e lo odia con tutte le sue forze.
-ascoltare il nuovo delle luci come due anni fa, come sei il tempo fosse scandito dalle nuove uscite delle luci così io torno sul lungomare per ascoltarlo bene bene mentre cammino con la faccia seria e il parka, come due anni fa con la faccia seria e il parka, solo che il lungomare è stato rifatto nuovo, ma per andarci con la faccia seria e il parka era meglio prima, deturpato.
-dovevo chiederle una cosa che poi ho chiesto a un’altra persona come se non facesse nessuna differenza.
-la moglie di un amico di vent’anni fa mi informa che il marito è morto, mi dice: lo sai che r. non c’è più? io che in effetti già lo sapevo rispondo: sì l’ho saputo, mi dispiace molto, e lei ancora: non stava bene. nient’altro.
-un falco mi vola accanto mentre pedalo dalle parti di Tasonis e mi chiedo se io al tramonto mi trasformerò in lupo e camminerò accanto a una donna bellissima.

cerchi perfetti

Questo racconto è stato scritto in fretta e furia come esercizio e per necessità dopo la visione del film “Arrival”, che è opera di grande meraviglia. Ora dovrei utilizzare in qualche modo la detestabile parola spoiler o peggio spoilerare (fatto!), adesso andate a vedere il film e poi tornate qui, se vi va.

CERCHI PERFETTI

Lo chiamarono il dono, o almeno furono i media a dargli quel nome, a me non è mai piaciuto perché lo faceva sembrare qualcosa di soprannaturale, che poi era la teoria più diffusa tra la gente, non tra gli scienziati ovviamente, tra loro c’era chi pensava a una mutazione genetica, a un avvelenamento da radiazioni o da agenti chimici, a un virus, a un batterio, a un paradosso di fisica quantistica, ma la maggior parte della gente era convinta che si trattasse di un intervento divino o, nella migliore delle ipotesi, di una razza aliena.
Avevo trent’anni quando si manifestò, colpì pressoché simultaneamente un migliaio di persone distribuite senza uno schema preciso sul pianeta, probabilmente erano molti di più, ma quelli che si fecero avanti furono 962, ci consideravamo tutti fratelli.
Per tutti fu difficile capire cosa ci stesse succedendo, ancor più difficile accettarlo, impossibile farlo capire agli altri, la cosa più comprensibile che potevamo dire era che vedevamo il futuro, il nostro futuro.
La prima fase fu quella dell’incredulità, per noi non era fondamentale essere creduti, ma avevamo bisogno di capire, la seconda fase fu quella dell’esposizione mediatica, della confutazione e in molti casi della messa in ridicolo, poi arrivò la fase dello studio su basi scientifiche e al contempo quella del fanatismo, per molti eravamo dei profeti, ma solo due di noi fondarono una propria religione traendone un notevole giovamento economico.
Ma noi non vedevamo il futuro, noi ricordavamo.
Le cose a venire ci si mostravano come ricordi, almeno per quella che era la nostra esperienza fino ad allora, erano come i ricordi del passato, affioravano alla stessa maniera, evocati da un suono, un odore, una parola e come tali li avvertivamo, noi ricordavamo e il futuro lo chiamavamo ricordo.
Tutta la nostra vita di ricordi ci stava davanti come un cerchio e noi stavamo nel mezzo e tutto era disponibile e non era una visione del futuro, eravamo noi per intero, quello che eravamo e quello che saremo diventati tutto in una volta, non era una visione, erano ricordi.
Io avevo trent’anni e un marito che non capiva, voleva capire, ma poi mi chiedeva: “Dimmi se sbaglio?” “Come va a finire?” “Faccio bene a cambiare lavoro?” “Ne varrà la pena?”
Tutte le sue decisioni facevano capo a me e io a ripetergli: “Non ricordo, non funziona così”.
A volte mentivo, certi ricordi mi facevano capire cosa sarebbe successo, ma non potevo cambiare il futuro, perché il futuro io lo ricordavo come se fosse già successo e non possiamo riparare ai nostri sbagli, possiamo solo vivere, restare vivi e cercare di essere le persone migliori possibili.
Poi due anni dopo il cambiamento (lo chiamavo così ) mi disse: “Facciamo un figlio”. Non me lo chiese, me lo disse e basta e pensai che finalmente avesse capito o almeno accettato così gli dissi di sì e gli sussurrai all’orecchio: “Figlia”. E quella fu l’unica volta che gli concessi uno spiraglio sul futuro per come lo intendeva lui.
Così nacque Anna e la amai più di me stessa per quindici anni.
E dissi sì anche se ricordavo che nel giorno del mio cinquantesimo compleanno festeggiavo da sola, e ricordavo le visite, l’ospedale e ricordavo cosa vuol dire perdere una parte di te e ricordavo mio marito che mi urlava: “Tu sapevi! Sapevi e non mi hai detto niente!” E lo ricordavo uscire di casa in un gennaio freddo con addosso solo una giacca leggera per non rivederlo mai più.
Ma io non sapevo niente, volevo solo vivere da persona normale e poi come avrei potuto non volerla dal momento che la ricordavo?
Oggi che scrivo, anche io in un letto d’ospedale, mi restano solo ricordi del passato, del futuro ricordo solo che domani imparerò qualcosa su un sistema planetario a migliaia di anni luce dal nostro poi nulla più, i miei ricordi saranno tutti alle spalle e può voler dire solo una cosa.
Io mi ricordo tutto.
Un’aurora boreale.
Il mio cerchio perfetto, il cerchio perfetto di Anna, visti tutti interi.
Quel che era dovuto è stato concesso e quel che è stato concesso è stato accettato, con infinita gioia e nemmeno un rimpianto.

hai gli occhi marroncini

Hai gli occhi marroncini
i miei sono sempre stati più belli
ora ho le gambe scolpite
anche se ho sempre avuto belle gambe
e tu puoi lisciarle fino a consumarle
come i piedi delle statue dei santi.
Sopra le mie gambe
c’è il resto del mio corpo di uomo adulto,
uomo e adulto
due parole nessuna delle quali mi descrive.
Di te solo i piedi
che hanno i miei lineamenti impressi sulla pianta
e che quindi ho reso bellissimi
i tuoi piedi che si sfregano l’un l’altro
senza mai far scaturire scintille,
senza incendiarsi.

oswald mathias ungers (not an essay)

Oswald Mathias Ungers è stato un architetto tedesco, non famosissimo (archistar si dice) ma molto apprezzato da chi ne capisce come me, era anche uno dei preferiti dal mio professore di Composizione Architettonica 1, il professore E.M., da qui per brevità EM.
Il professor EM mi ha insegnato il razionalismo, il Bauhaus, il post-moderno, il brutalism e altre correnti architettoniche del 900, ci faceva vedere le diapositive.
E metà del corso bisognava portare una tesina su un argomento a piacere, io per compiacerlo scelsi Oswald Mathias Ungers, la tesina era pressoché copiata da un libro.
Per il suo esame si doveva portare il plastico del progetto dell’abitazione realizzata durante il corso e facoltativamente un altro plastico relativo a un edificio esistente, io costruii la casa del fascio a Como di Giuseppe Terragni, era fatta in cartoncino Fabriano 4, in scala 1:150, abbastanza accurata, ne ero soddisfatto, ma poi all’esame non la portai.
Il plastico del progetto invece era fatto in balsa, ma non era granché, qualche anno dopo me ne liberai: con il mio amico M. andammo in una zona di campagna e lo bruciammo con un atto di puro situazionismo.
Negli anni 70 il professor EM fu uno dei progettisti dei primi palazzoni di Sant’Elia, quelli che aggiungendosi al vecchio borgo secondo discutibili politiche di edilizia popolare crearono un vero e proprio ghetto, per questo progetto ricevette molte critiche. Il professor EM si ispirò all’unité d’habitation di Le Corbusieur, era ancora giovane, il razionalismo sembrava una soluzione a tutti i problemi, le unité d’habitation fallirono anche in Francia.
Poi il professor EM scopri Ungers e si ispirò a lui nel progettare quella che venne ribattezzata la casa della studentessa, in realtà era una normale casa dello studente però era rosa così per tutti divenne della studentessa, il rosa era dovuto a dei pannelli di rivestimento che dovette utilizzare per problemi tecnici, ma dello spessore necessario li facevano solo rosa.
Oggi i pannelli li hanno tolti e la casa della studentessa è giallina quindi è diventata una normalissima casa dello studente e siamo rimasti noi, i suoi allievi, a tramandare questa storia.
Il professor EM piaceva alle mie colleghe.
L’anno prima della mia laurea morì per una cancro, al pancreas forse, uno di quelli che un giorno ti svegli con un dolore scemo e tre mesi dopo sei morto.
Tra le mie colleghe c’era anche la figlia del professor EM, A., avevamo un indirizzo di studi diverso ma degli esami in comune, facemmo assieme alcune esercitazioni del corso di Caratteri costruttivi e distributivi degli edifici, era possibile che ci piacessimo.
Poco tempo fa l’ho vista a un seminario, ma ho evitato di incrociarne lo sguardo.

Oswald Mathias Ungers è morto a 81 anni, Giuseppe Terragni a 39, totale 120.
Il professor EM non lo so.


le conseguenze delle conseguenze dell’amore

28 dicembre 2016
che a momenti mi fai piangere in pubblico solo per aver detto che vuoi vedere Le conseguenze dell’amore e ti dico che mi prende boh, mi è andata una bruschetta nell’occhio boh, deve essere il ciclo.
Mi chiedi se è bello Le conseguenze dell’amore,
chetelodicoafarechemelochiediafare.
Ti dico di guardarti anche The Young Pope, che boh non lo so è da vedere, ma la fine non l’ho capita, sembra che vada da una parte poi non si capisce, magari è solo una storia, boh vorrei chiederglielo, dirgli a Sorrenti’ e dopo magari lo abbraccio oppure gli do una testata.
Che poi devi leggere La strada del ritorno è sempre più corta, e dici che è vero, vero cosa? che la strada del ritorno è sempre più corta, come mai? e dico che è un po’ un luogo comune, ma è vero allora non so se vale ancora la definizione di luogo comune, comunque la strada del ritorno è sempre più corta perché non c’è più l’attesa, se di cose belle o brutte non importa, è l’attesa che ci strugge, non la perdita, l’attesa di chi non torna e allora devi andare a prendertelo o stare alla finestra e allora chiama, cazzo chiama.
La pizza è buona, però boh, forse non abbiamo fame, la torta Pan di Stelle in due è molto buona, meno male che l’abbiamo presa, i Pan di Stelle non tradiscono mai, nel tè a volte galleggiano a volte affondano, ma non sono ciambelle di salvataggio, quelle sono le Macine che non si inzuppano mai, quindi in un naufragio mi fiderei più delle Macine, ma nella vita no, meglio i Pan di Stelle.
Che ormai la tua vita è a Sassari, come dicesti a luglio e dici anche oggi, che detto a vent’anni ci vuole coraggio.
E mi chiedo se per te la strada del ritorno è verso Sassari, quella stessa strada di un re sanguinario in ridicoli abiti da soldato romano che andrebbe solo cancellato dalla nostra toponomastica e della cui statua adesso ci facciamo beffa.
Che figli proprio no e i battesimi che sono come messe nere
e ti faccio ridere
che far ridere qualcuno è cosa.