supernova – isabella santacroce

Patetico è qualsiasi sforzo, teso a dimenticare, anche solo un millimetro di dolore.

la vita ti parla solo se le punti una pistola alla testa.

Le ho chiesto se vomitava, mi ha risposto che anche se non mangi, hai dentro qualcosa.

Le paure svaniscono, diventano spiriti, se le accarezzi

Tu sei l’uragano che mi ha strappata alla vita, e io volo divelta dalla tua noncuranza, verso la perdita della mia limpidezza.

Pensa che bello, noi così liberi, non avrei più paura di niente, nemmeno di vivere.

non voglio diventare vecchia. Se divento vecchia, mi uccido. Non voglio diventare uno zombie, e non voglio nemmeno diventare un’adulta, voglio diventare un fiore.

Ma quando si diventa adulti?
Io Divna non l’ho mai capito, forse quando guardi i ragazzi, e vedi il tuo scheletro.

Non avevo mai pensato che potevo salvare qualcosa, nemmeno me stessa.

l’amore è diventato una cosa per pazzi, un disturbo della personalità.

la famiglia è una malattia mentale.

non diventeremo mai vecchi. Rimarremo sempre così, perché ci hanno uccisi prima di farci crescere, ma siamo risorti. Ora siamo angeli, e rimarremo giovani, per sempre.

Ti sorride, gli piaci, tra poco ti ama.

La tenerezza è una lama di zucchero.

Dice se avete bisogno, chiamatemi. Non so cosa rispondergli, vorrei dirgli dopo ti chiamo.

Crescere è un assassinio, non esistono altre parole, ti ritrovi a camminare sullo scheletro dei tuoi ricordi, la tua vita diventa un cimitero, e tu la bara di tutto.

fumava guardandoci, severa, protetta da un’aridità che custodiva come un tesoro, forse il suo ultimo, e il più prezioso, che usava con abilità, perché fosse salvezza.

ho capito che cosa accade quando si è adulti, arriva la consapevolezza di non valere più niente, di essere solamente i reduci di una sconfitta.

La purezza è buio che ha un lampo dentro.

Hai presente? Come quando vivi, ma non ci sei più.

Come si fa a diventare felice? Sono di gomma. Forse se bevo divento di carne. Ho il riflesso in un fiume.

non si raggiungono i sogni, camminando sugli incubi.

Hai mai sofferto così tanto da piegare il tuo cuore? Io sì, l’ho visto in ginocchio, chiedermi aiuto.

 

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mali

Guardo il Mali su Google Earth, foreste a sud e deserto a nord, il Sahara.
Gli abitanti del Mali si chiamano maliani, i malesi invece stanno in Malesia, del Mali conosco i Tinariwen e Ali Farka Touré, in Mali c’è una grandissima tradizione musicale e si fa il blues, i più grandi musicisti d’Africa vengono dal Mali.
Il blues originato dai canti degli schiavi d’America parlava di perdita, separazione e lontananza e sempre di schiavitù si parla oggi.
Poi dal Mali c’è chi scappa verso l’Europa, attraverso il deserto, hai mai attraversato il deserto? Come nei film, come nelle comiche, non credo faccia ridere il deserto.
Penso alla poesia “Il puma” di Raymond Carver di lui che si stupisce perché un puma lo guarda, guarda proprio lui, avere la sua considerazione, la bellezza di una belva, tutto il valore dell’abbandono che rende ridicolo chi viene osservato da una belva.
Attraversare il deserto e poi il mare, che in Mali non c’è il mare, e non trovare niente dall’altra parte, solo altro deserto.
Cosa ha più valore la mia vita o quella del puma? Il puma, senza esitazione sceglierò sempre il puma.
 

two step

COSE CHE FANNO LA DIFFERENZA
La conoscenza su tutto, anche sull’esistenza.
Mi chiedo se conoscenza e coscienza siano comprese nell’esistenza.
Io non desidero né esistenza né coscienza, esse sarebbero intollerabili e non mitigate dalla conoscenza, mentre esistenza e non-coscienza sarebbero inutili alla conoscenza.
Solo la conoscenza attendo, sapere se siamo veramente parte del tutto, se ci sono ragioni al tutto e nient’altro, poi non esistere.

Che poi se fossimo parte del tutto sarebbe l’ultima resa doverti condividere.

micro

Mi pare strano che siamo cose separate dal tutto, piccole cose indipendenti, dovremmo invece essere parte del tutto, attaccati al tutto, invece siamo queste piccole cose saltellanti.
Il tutto è qualcosa ed è senza dubbio diverso dal nulla.
Se ci fosse il nulla forse ci potrei viaggiare attraverso e allora non sarebbe nulla affatto e se non ci potessi viaggiare ci potrei scavare e ancora non sarebbe nulla e se fosse altro dal vuoto ci sarebbero le idee: l’idea di Pienezza e Semplicità, forse di Bene e Male, ma non di Odio e Amore che sono prodotti della mente.
E Pienezza e Semplicità portano a Medietà e Casualità che a loro volta portano entrambe all’esistente che sperimentiamo secondo vie puramente statistiche.

E tu che credi in Dio
e tu che misuri il tempo con la distanza tra due abbracci
e voi che siete morti in mare in giorni di maestrale
e voi che vi siete ammazzati solo per insultarci
e io che annoto tutto come puro dato statistico.

ho visto chiamami con il tuo nome

Si parla molto di questo film, ma va a finire che a Cagliari lo proiettano in un cinema che è una stanza.
Questo film è molto bello, su vari piani.
Ci sono gli anni ottanti senza ridurli a macchietta, c’è la provincia italiana ritratta in una immobile estate e c’è la campagna italiana ritratta in una immobile estate, c’è una storia d’amore e di formazione e di passaggio e ovviamente c’è tanta bellezza.
Ci sono anche piccole cose che mi appartengono: le canzoni di Sufjan Stevens e un libro di Antonia Pozzi che ormai più di vent’anni fa andai a cercare in quella libreria di via Oristano senza trovarlo, la libraia fu molto gentile, ma il libro non era nemmeno ordinabile, costava molto e lei se ne lamentò, già… la poesia non dovrebbe costare molto. E ora ecco quel grosso volume Garzanti passare di mano in mano nel film.
Dicevo, ci sono attori bravi bravi e su tutto, almeno per me, c’è una memorabile scena d’addio, che è vero che è pur sempre un film con attori che recitano, ma tutti abbiamo avuto a che fare con gli addii, che sono cosa invero struggente, e se anche voi vi siete commossi alla mano ripiegata sotto il mento di Timothée Chalamet allora sapete esattamente da dove viene quel gesto.